Rosario Pinto (Critico e Storico dell’Arte)
In Marcello Gallo, infatti, ciò che si legge nella sua opera, è proprio la vivezza espressiva di un contatto con le cose che il Nostro riesce ad organizzare scegliendo di non soffermarsi sul dettaglio specifico di ciò che appartiene strettamente alla contemporaneità. Egli procede andando a disporre queste stesse cose che ci circondano su un orizzonte più ampio dell’effemeride, su quell’orizzonte della storia, intendiamo dire, ove la consistenza oggettiva si rende paradigma e dove il dettaglio della contingenza empirica si stempera nell’ampio respiro del tempo.
Quando Marcello Gallo definisce le immagini delle sue figurazioni, i corpi assumono una consistenza ispessita e volumetricamente consistente ed il gradiente cromatico si profonde in variazioni che solo apparentemente sono di timbro, giacché si mostrano in evidenza anche dei processi modificativi che, secondo una processualità che vorremmo definire chomskyanamente ‘trasformazionale’, consentono un approdo a regioni che si profilano nettamente segniche e addensatamente corrusche.
Ciò determina, sul piano della lettura d’immagine, uno spiazzamento fruitivo, che si manifesta evidente nel momento in cui la prestanza segnica sembra evaporare nella rinuncia al linearismo dei contorni, mentre le variazioni tonali si sfibrano nell’affondo timbrico e nella sintesi dei contrasti.
È quella di Marcello Gallo, insomma, una pittura – una pittura pienamente ‘pittura’ – che va giudicata come punto di approdo di una ricerca formale che non si attesta e non si confina nella preziosità del lenocinio, facendo, piuttosto, della politezza esecutiva un motivo di esaltazione della ricchezza contenutistica.
E qui si rende necessaria, a nostro giudizio, qualche riflessione aggiuntiva.
Cos’è effettivamente il ‘contenuto’? In formula, da anni, andiamo sostenendo che il contenuto è quel quid che non si vede, nell’opera d’arte, se c’è, ma di cui si può osservare l’assenza, se esso, invece, non c’è.
Ciò significa che la consistenza contenutistica di un’opera d’arte non si identifica col suo messaggio, non è il suo significato o la sua narrazione: non è ‘bedeutung’ insomma, ma ‘Sinn’, per usare la terminologia cara a Frege, che ben distingue tra ‘significato’ e ‘senso’, aiutandoci a trovare una linea ermeneutica convincente per poterci addentrare nei contenuti di un’opera d’arte, che, a rigore, potremmo tentare di associare al suo ‘senso’.
Un senso, diciamo subito, che varia e si dispone distintamente e distintivamente nelle opere, magari, di uno stesso autore, come può apparire palese, ad esempio, nell’analisi comparata del Marat e dell’Incoronazione di Napoleone entrambe dell’impareggiabile David.
Ecco, allora, con tale artista, un interessantissimo antesignano che ci introduce alla pratica creativa di Marcello Gallo, il quale, nella ricchezza espressiva del suo dettato figurativo, sembra volere librarsi in atmosfere, talvolta, addirittura tangenzialmente oniriche.
E a ciò egli si dirige non per lasciarsi inebriare dei fumi di sensibilità ‘surreali’, ma di profumi, piuttosto, ‘magico-realisti’, andando quasi a fornire la possibilità di riconoscimento nei suoi lavori di un ponte con le atmosfere di sospensioni estatiche di un Cagnaccio di San Pietro, ripensato, magari secondo le sensibilità di uno Sciltian, evidentemente rimodulato secondo un rimescolamento delle carte, che si può rendere ragionevolmente praticabile nella nostra età che è quella, ormai, della digitalizzazione di massa.
Più avanti, insomma, delle prospettive di Benjamin, ed anche in confronto con esse, Marcello Gallo crea una pittura multipla, una pittura, cioè, che rinuncia alla ricerca dell”aura’, giacché si presta ad una lettura poliedrica, come è quella che può offrirsi della singolarità dell’oggetto d’arte nella sua consistenza cosale unica ed irripetibile, ma anche come oggetto trasmutabile secondo le profilature ‘trasformazionali’ (lo diciamo sempre chomskyanamente) che oggi possono rendersi praticabili attraverso la manipolazione digitale.
Ma c’è di più: e vorremmo avere in mente, per queste cose di Marcello Gallo, una possibilità di lettura alla stregua di quella prospettazione già di carattere ‘post-humano’ cui faceva riferimento, ad esempio, la mostra di Losanna del 1992, ordinata da Jeffrey Deitch, in cui l’oggetto della esposizione era il richiamo alla analisi di una prospettiva e di uno stato: la possibilità, insomma, di definire una profilatura d’orizzonte.
Ecco, in tal modo possiamo riprendere con più ampia convinzione argomentativa, il ragionamento già introdotto ed avviato sulla consistenza ‘contenutistica’ dell’impegno creativo di Marcello Gallo, che, non senza ragioni, si profila multiforme ed articolato, consentendo, in tal modo, l’accesso ad una vera e propria profilatura di Weltanschauung.
Non sempre, nella ricerca artistica contemporanea, è possibile imbattersi nella manifesta osservanza di una disposizione all’equilibrio formale e, non di rado, quando ciò avviene, la cosa viene considerata più addebito che non merito dell’artista, come se il bisogno di soddisfare ciò che in antico si definiva ‘ponderazione’ non dovesse ritenersi segno di maturità compositiva.
Noi proprio a tale maturità compositiva intendiamo riferirci, ritenendola nel pieno spessore del suo disvelamento, quando invochiamo l’apprezzamento di equilibrio formale che è possibile riconoscere nell’opera di Marcello Gallo.
Si spiega, in tal modo, la compostezza classicistica di formulazione linearistica e la determinazione degli assetti e dei pesi, così che ogni aspetto ed ogni collocazione nella definizione del telaio compositivo trova una sua ragione di sviluppo e di stato.
Non è certo una pratica istintuale ciò che presiede la determinazione creativa del Nostro, anche se ciò non significa che in questa ricerca aleggi il limite della cerebralità ispirativa o, peggio, il limite di un calcolo predittivo che vada ad ingessare l’ansito espressivo e la generosità della partecipazione emotiva.
Piuttosto, è l’equilibrio ciò che si afferma ed impreziosisce le soluzioni propositive che Marcello Gallo sa adottare, riuscendo ad animare di vitalità sorprendentemente esuberante un dispiegamento figurativo che si muove con straordinaria libertà segnica, non esitando a rompere gli schemi, sapendo fare uso di patterns significazionali mai imperiosamente prevalenti, però, rispetto ad un impeto personale che dispone il gesto creativo secondo una misura ‘attuativa’, intelligentemente ‘dispositiva’ e mai, comunque, abbandonata, senza congruità di ragioni, ad una estemporaneità eslege e tormentata.
Ciò non vuole dire, evidentemente, rinnegare aprioristicamente le sensibilità nascenti da un impatto empirico con la datità fenomenologica del reale, ma vuol dire operare scelte di indirizzo ispirate ad una formula di liberazione dal pregiudizio per attingere la pienezza della libertà espressiva.
Mino Iorio (Critico e Storico dell’Arte)
Le opere digitali di Marcello Gallo sono tutte dedicate al mito reinterpretato con sorprendente lucidità visiva nei momenti più drammatici e poetici della loro esistenza. L’artista sceglie di rappresentare il preciso istante della trasformazione, sospeso tra fuga e immobilità, tra desiderio e negazione, sfruttando le potenzialità del medium digitale per rendere la metamorfosi non solo un evento narrativo, ma un processo in divenire che attraversa la superficie dell’immagine. Le figure femminili, rese con un tratto quasi luminescente,
sembrano disgregarsi in particelle di energia. Non c’è qui la solidità marmorea della tradizione scultorea, ma una dissoluzione che avanza per punti, come se la natura stessa stesse “riscrivendo” il corpo umano pixel dopo pixel. Le aree cromatiche, generate con una texture procedurale, non emergono come elementi aggiunti, ma come estensioni organiche del momento emotivo.
La trasformazione diventa così una metafora del passaggio di stato fra due codici, quello umano e quello vegetale, analogico e digitale. Amore, al contrario, appare più definito, quasi iperrealistico; la sua figura è costruita con una nitidezza che contrasta con la fluidità metamorfica di Psiche. Questo dualismo non solo accentua la tensione narrativa, ma suggerisce una riflessione sulla natura del desiderio nella cultura visiva contemporanea, il dio è figura della fissità interpretativa, della volontà di possesso; Psiche è invece il flusso che sfugge, il dato che muta, la soggettività che si sottrae allo sguardo. La scelta cromatica gioca un ruolo fondamentale. I toni caldi che avvolgono Amore sfumano progressivamente verso il viola freddo che inghiotte Psiche, creando una transizione tonale che anticipa e accompagna quella corporea. Il rendering della luce artificiale, vibrante, sottolinea il carattere anfibio dell’opera, sospesa tra naturalismo e sintesi digitale. Dal punto di vista compositivo, l’artista adotta una struttura dinamica. Le scene rappresentate non sono centrate, ma leggermente decentrata verso Psiche, come se lo spazio stesso partecipasse alla sua fuga. La prospettiva è lievemente distorta, un artificio che restituisce la sensazione di instabilità emotiva e narrativa. Nel complesso, questa reinterpretazione digitale del mito non si limita a tradurre un soggetto classico in un linguaggio contemporaneo ma propone invece una lettura critica del rapporto tra identità e metamorfosi nell’era delle immagini computazionali.
Amore e Psiche non sono più soltanto figure archetipiche: diventano paradigmi di tensioni moderne, tra controllo e autodeterminazione, tra visibile e invisibile, tra forma e trasformazione continua. Sono opere, queste di Marcello Gallo che pur attingendo a un immaginario antico parlano con efficacia alla sensibilità del nostro tempo. Erich Neumann, allievo di Jung, interpreta il mito di Amore e Psiche come una vera e propria mappa dello sviluppo dell’anima. Il mito non è solo una favola romantica ma è un dramma archetipico che rappresenta il cammino di individuazione, cioè il processo attraverso cui la psiche umana diventa consapevole di sé; Psiche rappresenta l’anima nella sua forma originaria, ingenua, istintiva, non ancora integrata. Il suo viaggio contiene le fasi della crescita psicologica di ogni individuo. Lo stesso Erich Neumann a proposito del mondo archetipico dello scultore Henry Moore già ebbe a dire che due erano le rilevanze inoppugnabili “…il suo profondo interesse per il femminino – per ben quattro decenni è raro trovare una sua opera che non sia dedicata alla donna e alle costanti archetipiche della femminilità – e l’evoluzione da forme più o meno prossime a un figurativo naturale, a forme semi-astratte”. Un qualcosa che in Marcello Gallo avviene per approccio diretto sull’immagine digitale facendo assurgere l’immagine stessa, fatta di pixel, al dato materico intrinseco.
La versione digitale delle Tre Grazie sullo sfondo di una città in bianco e nero fatta di grattacieli e quartieri congestionati dalla densità abitativa crea un contrasto affascinante e suggestivo poiché l’opera classica risente dei riflessi di una civiltà consumistica dall’avvincente sapore Pop. L’armonia delle figure, simbolo di grazia e intimità, sembra talvolta schiacciata dall’imponenza fredda dell’architettura contemporanea. L’effetto visivo è potente e riduce la delicatezza del soggetto a un elemento di rottura iconografica. L’opera di Gallo è geniale e offre una riflessione interessante sul dialogo tra tradizione e modernità, interrogando lo spettatore sul ruolo della bellezza antica nel paesaggio urbano e tecnologico.